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Stemmi vescovili: simboli religiosi e storici del Sud

«Il lavoro di don Pietro, certosino nella sua precisione, ci proietta in ogni singola pagina all’interno della Chiesa crotonese dalle origini fino al Concilio di Trento. Attraverso le varie figure episcopali che si sono succedute in questo lunghissimo arco di tempo, la narrazione ci offre una preziosa opportunità per conoscere non solo l’ambientazione storica e la geografia ecclesiastica della Calabria, ma anche la figura del Pastore non solo come semplice cronotassi, ma con l’occhio di chi vuole conservare fedelmente la memoria di una Diocesi dalla genesi al momento cruciale di una Chiesa che cammina da duemila anni come comunità viva e feconda di Cristo». Così scrive l’arcivescovo di Crotone e Santa Severina, Domenico Graziani, nell’Invito alla lettura al volume Un sentiero tra gli stemmi. Storia dei vescovi di Crotone dalle origini al Concilio di Trento (D’Ettoris editori, pp. 206, € 17,90), l’ultima fatica letteraria di don Pietro Pontieri, che chi scrive ha avuto il piacere di conoscere personalmente in una precedente edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Appassionato studioso di storia della Calabria, don Pietro è originario di Savelli, nel crotonese. Ordinato sacerdote nel 1962, teologo e docente di materie umanistiche, ha già pubblicato, fra gli altri, i saggi Santi sconosciuti nel crotonese (2006), I portali di Calabria (2010), I racconti silani di nonna Nicoletta (2012).

Una diocesi nell’occhio del ciclone: fra Bizantini, Longobardi e Saraceni
La prima figura evocata è quella di Flaviano, vescovo di Crotone fra il 537 e il 550, al crepuscolo della dominazione gotica in Italia (pochi anni dopo, a Tagina, una freccia bizantina abbatte l’ultimo dei principi guerrieri ostrogoti, Totila). Ma non esiste la certezza assoluta che Flaviano sia realmente esistito, mentre invece Jordanes, vissuto in epoca giustinianea, è citato in una cronaca dell’epoca insieme al vescovo di Squillace. Come pure il successore Giovanni, al quale, in piena dominazione longobarda, papa Gregorio Magno indirizza una lettera pervenuta fino a noi. Il re longobardo Arechi espugna Crotone nell’estate del 596, catturando numerosi ostaggi: ed è proprio Gregorio Magno a riscattarli offrendo 15 aurei (metà di una generosa donazione al papato da parte della sorella dell’imperatore bizantino Maurizio e di un aristrocratico romano). È storicamente documentato che al Concilio ecumenico di papa Agatone, nel 679, partecipano nove vescovi calabresi: uno di loro è Pietro di Crotone. Sono tempi duri, stretti nella morsa fra il cesaropapismo di Costantinopoli e la teocrazia di Roma, come mette in risalto l’autore: «Più che esercizio dell’autorità questa è pura follia. Di fronte a tanta crudeltà ed abuso del potere viene da chiedersi dove sia finita la pietas romana e cristiana!». Nel secolo compreso fra il 680 e il 790 (culminato con la vittoria di Carlo Magno sui Longobardi in Italia), la diocesi di Crotone si mantiene sempre fedele a Roma, anche quando infuria la lotta iconoclastica. Nel frattempo, una nuova, atroce minaccia sorge dal Mediterraneo contro la cristianità: le scorrerie dei Saraceni, padroni della Sicilia e intenzionati ad islamizzare l’Europa intera, dopo la conquista della Spagna meridionale e i tentativi di sbarcare in Calabria, in Puglia e persino di espugnare Roma stessa. Reggio Calabria e Cosenza, fra le tante, subiscono stragi e saccheggi: i predoni musulmani si accaniscono con particolare ferocia contro i religiosi, e si narra che una delle loro vittime fu proprio il vescovo di Crotone, del quale non è stato tramandato il nome, massacrato ai piedi dell’altare. La salvezza per la cristianità arriva, inaspettata, dalle ombrose foreste germaniche: la notte di Natale dell’800 papa Leone III incorona Sacro Romano imperatore il giovane re dei Franchi, Carlo, da quel momento appellato Magno: l’Impero d’Occidente si reincarna in un monarca cristiano di stirpe barbarica, ma capace di fronteggiare l’ondata islamica. È un periodo oscuro per la Chiesa crotonese: l’ultimo vescovo del quale si reperisce qualche notizia è Niceforo, che partecipa al Concilio di Costantinopoli dell’870. Dopo di lui, buio e silenzio fino all’inizio del XII secolo.

Con i Normanni si riaccende a Crotone la fiaccola del cristianesimo
Scrive don Pietro che non si devono lasciar cadere nell’oblio «le lotte e le sofferenze che i nostri padri hanno sopportato per trasmetterci la fiaccola della fede e della civiltà». Finalmente, nel 1122 Crotone riporta nelle cronache il nome del suo vescovo, Atanasio. Pochi anni dopo, Ruggero II d’Altavilla viene incoronato a Palermo re di Sicilia e di Puglia: i guerrieri nordici dalla chioma bionda e dai gelidi occhi azzurri liberano il Meridione dai Saraceni, e lo restituiscono pienamente alla cristianità. Il vescovo di Crotone, un greco di nome Filippo, partecipa al Concilio lateranense III, indetto a Roma nella primavera del 1179, ma le fonti sono assai scarse. Si deve attendere il 9 aprile 1217, data fondamentale per la Chiesa crotonese, in cui papa Onorio III concede al vescovo Giovanni la facoltà di celebrare i divini misteri sia in lingua greca che latina: una scelta lungimirante, un importante passo verso la pacificazione un secolo e mezzo dopo il traumatico Scisma d’Oriente del 1054. Dotato di notevole carisma personale, Giovanni ottiene importanti missioni dalla Santa Sede ma nel 1221 all’improvviso si dimette. Don Pietro ha indagato a fondo sulle possibili motivazioni di un gesto così grave: «non possiamo che rimanere ammirati per il gesto che conclude la vita di questo pastore, nostro conterraneo, valido antidoto al carrierismo che sembra circolare come un virus letale nel clero delle nostre diocesi. Come spiegare una così apprezzabile decisione che segna anche la fine di una promettente carriera ecclesiastica? La scelta di Giovanni III più che come una fuga mundi va intesa come una scelta radicale per una sequela del Cristo che invita a “rinnegare se stessi” per seguirlo sulla via delle beatitudini evangeliche».

Il vescovato crotonese nell’era di Federico di Svevia, stupor mundi
Il 22 novembre 1220 Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, riceve nell’Urbe dalle mani di Onorio III la corona imperiale: siamo agli albori del conflitto fra guelfi e ghibellini, con tutto il suo strascico di feroci rappresaglie terroristiche da entrambe le parti. La figura di Ezzelino da Romano, il fanatico “signore della guerra” ghibellino che si dilettava ad assistere alle torture inflitte ai prigionieri nemici, è emblematica di quegli anni spaventosi. Da stupor mundi delle origini, l’imperatore Federico, sempre più sospettoso e crudele, si trasforma in terror mundi, attorniato da carnefici come Ezzelino e da una guardia privata di mercenari musulmani: dei cristiani non si fida più, ne ha fatti sterminare troppi. Morirà di dissenteria il 13 dicembre 1250, giorno di S. Lucia, abbandonato fra le coltri di seta lorde di escrementi: nessun medico di corte osava toccarlo per timore di suscitare la sua collera qualora la terapia non avesse funzionato… Anche il clero calabrese è in bilico fra il fervore mistico e le tentazioni mondane. Don Pietro sottolinea che l’istituzione monastica basiliana rischia «di arrendersi alle lusinghe della modernità e della ricchezza in uno stile di vita lontano dagli ideali basiliani. Monasteri come il Patiron ad esempio andavano incontro ad una progressiva decadenza, non tanto di beni materiali, quanto piuttosto della fedeltà alle loro origini, e così quando il vento della modernità comincerà a soffiare più forte, correre ai ripari potrà forse sembrare un’azione tardiva».

Lo stemma vescovile come antesignano della simbologia mediatica
La rinuncia di Giovanni lascia una voragine aperta nell’episcopato crotonese: il successore, un presbitero greco di nome Mauro, parteggia per i ghibellini, per cui, dopo la morte di Federico II, viene destituito dal pontefice Innocenzo IV, che nomina al suo posto Nicola di Durazzo. L’evento reca la data del 2 settembre 1254: Nicola lascia una traccia importante nella teologia cattolica, in qualità di collaboratore di Tommaso d’Aquino nella stesura dell’opuscolo Contra errores Graecorum. La documentazione storica sul periodo che va dalla morte di Nicola, nel 1275, fino al 1345, è piuttosto scarsa, ma don Pietro cita alcune preziose informazioni ricavate dai registri delle decime versate dalla diocesi Cutronensi: «una puntigliosa tassazione dalla cui rete non si poteva sfuggire, perché anche se non c’erano i controlli telematici incrociati di oggi, era comunque attiva una rete di collettori che setacciavano le diocesi e tutti gli enti ecclesiastici, compresi i monasteri femminili». A partire dal 1358 – mentre in Europa infuria la Guerra dei cent’anni tra le due maggiori potenze cattoliche, Francia ed Inghilterra, e la nuova minaccia islamica si profila all’orizzonte con l’espansione del giovane ma già aggressivo Impero Ottomano verso i Balcani – l’episcopato crotonese esprime il suo primo stemma con la nomina di Bernardo de Agrevolo. E qui ci addentriamo nell’affascinante sentiero simbolico da cui deriva il titolo stesso del libro di don Pietro. Questo primo stemma (fig. a p. 86) include tre simboli tipicamente medievali: il cane (la fedeltà alla chiesa) con un pastorale stretto tra le fauci; l’arca (la chiesa al di fuori della quale non esiste salvezza); la stella (il Messia). Un altro stemma suggestivo è quello del vescovo Antonino da Spoleto, consacrato nel 1402 (fig. a p. 94): un braccio che impugna la spada (la parola di Dio, che come una lama penetra nell’anima), e tre stelle (le virtù teologali). Anche lo stemma di Giordano da Lavello, risalente al 1427 (fig. a p. 102), è assai incisivo: lo scudo sormontato dalla croce (la difesa delle fede cristiana) e dodici puntini (i dodici mesi dell’anno). Come pure quello dell’effimero mandato di Giovanni De’ Volti, durato pochi mesi nel 1439 (fig. a p. 105): la torre (una fede solida e forte) e la stella di Salomone (lo splendore della verità). Siamo ormai alle soglie di una catastrofe epocale per la cristianità europea: la caduta di Costantinopoli, espugnata dal sultano ottomano Maometto II il 29 maggio 1453. Nello stemma del vescovo Galeotto Quattromani (fig. a p. 108), datato 1440, compaiono il leone (la generosità) e la squadra (la dirittura morale). Ai tempi della dominazione aragonese, fra il 1442 e il 1503, si accentua la corruzione: durante il mandato di Giovanni Antonio Campano, insediato nel 1462, la chiesa «incurante del vero bene delle diocesi, rasenta in alcuni casi la simonia o un vero mercato, forse più grave di quello relativo alle indulgenze». E, soggiunge don Pietro, «in tempi calamitosi Crotone avrebbe bisogno di un monaco meno dotto e più pastore. Di lui rimane un magnifico stemma che raffigura in alto il sole che splende su un albero d’ulivo sul cui tronco appaiono due vistosi tagli di potatura» (fig. a p. 126).

L’episcopato crotonese nella bufera della Controriforma
Irrimediabilmente contaminata dal mercato delle indulgenze, e illuminata dai bagliori sinistri del rogo del Savonarola decretato dal pontefice simoniaco e nepotista Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia), la Chiesa cattolica si dibatte, al tramonto del XV secolo, in vere e proprie convulsioni, intensificate anche dalla scoperta del Nuovo Mondo, che scatena ulteriori appetiti secolari. Nel 1510 un nobile crotonese dal nome singolare per un religioso, Antonio Lucifero, diventa pro-episcopo di Crotone a nome del cardinale Andrea della Valle, e amministra la diocesi con notevole sagacia. Siamo in piena dominazione spagnola, e il 31 ottobre 1517 si scatena il cataclisma luterano. Pochi anni dopo, nel 1523, inizia l’episcopato più lungo nella storia di Crotone, quello di Giovan Matteo Lucifero, destinato a durare 28 anni: figura di eminente politico, divenuto consigliere della Corona presso Carlo V. L’imperatore in persona, nel 1535, dopo la vittoria di Tunisi sui turchi, si reca a Cosenza e pubblicamente bacia la croce che gli porge il vescovo Lucifero, il quale comunque non ottiene l’autorizzazione a partecipare al Concilio di Trento, inaugurato nel 1545. Privilegio riservato invece al vescovo di Crotone di origine spagnola Francesco de Aguirre, in carica dal 1557. Osserva don Pietro che «lo stemma di Francesco de Aguirre presenta sui lati due leoni rampanti, al centro un albero carico di fiori rossi e intorno tre api che ne aspirano il nettare. In primo piano, in basso, si scorgono tre oggetti di colore celeste, a forma arrotondata. La forza del leone, la fragranza dei fiori, la dolcezza del miele delle api, le forme sottostanti, offrono nell’insieme un quadro di “serena” operosità» (fig. a p. 193).
L’indagine di don Pietro, per ora, si conclude qui, corredata da una ricca galleria iconografica e da una rigorosa bibliografia. Consigliamo la lettura di questo volume, realizzato da don Pietro con una cura paragonabile a quella dei chiosatori medievali, a chi intende approfondire la conoscenza di un periodo storico che abbraccia mille anni di esistenza dell’affascinante città di Crotone, che dalla notte dei tempi è culla di quella linfa pitagorica che sia il pensiero laico che quello cristiano hanno saputo metabolizzare in Occidente.

Guglielmo Colombero

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