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I Portali di Calabria

Articolo de Il Crotonese
Se imparassimo a pretendere da noi stessi un attimo di pausa nel nostro quotidiano per osservare i luoghi in cui viviamo - scrive l’architetto Antonio Romanò nella sua prefazione alla monografia di Pietro Pontieri I Portali della Calabria (Falco Editore, pp. 114 con 82 fotografie in b/n, € 12,00) - coglieremmo la bellezza delle sfumature e dei colori delle pietre dei nostri centri storici. È proprio questo il messaggio che l’autore vuole trasmetterci”.
Originario di Savelli, nel crotonese, dove è nato nel 1937, Pietro Pontieri è canonico del Capitolo Cattedrale di Crotone e direttore dell'Ufficio stampa diocesano. Dal 1985 collabora come giornalista con varie testate calabresi e dirige il periodico Paesi Silani. Fra le sue numerose pubblicazioni, Savelli e la sua Jesulella (1994), Tra le storie e la gente dei Paesi Silani (1997), Santi senza aureola (2004), Fiori d’agave. Racconti silani (2007), Confini (2009) tutte con Editoriale Progetto 2000, e Saturnino Peri, un vescovo incompreso (2008), con Paesi Silani.“Spesso la grandiosità degli edifici o dei palazzi signorili, più che frutto di un mecenatismo illuminato o di una gara di prestigio tra notabili, cela angherie, balzelli e sfruttamento delle classi più umili, costrette a pagare censi feudali inverosimili o terraggere esorbitanti”, ricorda Pontieri all’inizio della sua trattazione, sottilineando l’immenso valore dei portali intesi come testimonianza del passato storico e sociale della Calabria.
Veri e propri artisti della pietra, gli scalpellini calabresi ci hanno lasciato un patrimonio storico ancora in parte inesplorato. Esistevano vere e proprie scuole di scalpellini a Rogliano, ad Altilia, a Cosenza, a Fuscaldo, a San Giovanni in Fiore, a Serra San Bruno, a Palmi.La scuola di Rogliano, a sud di Cosenza, si snoda nei secoli attraverso vere e proprie dinastie di scalpellini: lavorando la pietra di tufo rosata e biancastra, che abbondava in quelle terre (soprattutto ad Altilia, nelle cave dette “parrere”, e a Mendicino, nella valle del Caronte), di padre in figlio seguitano a produrre composizioni di grande pregio e originalità.
Un portale nella chiesa dell’Annunziata di Rogliano risale al 1616: è opera di sette fratelli Sciadari, artefici sia del portale esterno in tufo che delle decorazioni degli altari lignei laminati in oro zecchino.Un’altra rinomata scuola di scalpellini è quella di Altilia: la più antica delle “parrere” di tufo della zona risale al 1316, e reca il nome dello scalpellino, un certo Johannes o Jacobus Marsico. Anche la scuola di Fuscaldo esprime notevoli talenti nell’arte di incidere la pietra di tufo: nel centro storico di Scigliano, un paesino della Comunità Montana del Savuto, si trovano dei veri e propri gioielli, come il portale barocco della Chiesa Matrice di Diano o quello gotico della chiesa di San Francesco d’Assisi.
Gli scalpellini di San Giovanni in Fiore - comune istituito dall’imperatore Carlo V nel 1530, feudo prima dei Rocci e poi dei Caracciolo - attraversano quasi un millennio, dal XII al XX secolo. La prima scuola risale all’età gioachiminita, dal XII al XVI secolo; la seconda all’età rotariana, dal XVI al XVIII secolo; la terza si colloca fra il XVIII e il XIX secolo, nell’età detta degli scalpellini immigrati; l’ultima fase va da fine Ottocento ai giorni nostri, e coincide con il periodo dei restauri.La congrega degli scalpellini di San Giovanni in Fiore viene istituita nel 1653, quando sorge la chiesa dell’Annunziata, e i portali che realizza lasciano tracce indelebili, come quello centrale della chiesa Madre. Di pregio assoluto, anche se in gran parte dispersi dall’incuria, i portali in granito delle dimore di campagna del patriziato locale (le “caselle”).Scrive Pietro Pontieri a proposito del centro storico di Crotone: “Il primo passo per un restauro materiale è quello della memoria storica, che porta alla consapevolezza. Per capire l’importanza dei palazzi, i cui portali diventano con i loro stemmi e le loro iscrizioni segni del blasone del casato, bisogna riandare alla storia del passato”.Edificato su una rupe, “come una nave di pietra”, il comune di Santa Severina “conserva come in uno scrigno tante preziose tracce del passato”. Una delle testimonianze più emozionanti la troviamo nella Cattedrale, e precisamente nel Battistero bizantino: il portale ogivale dell’ingresso. “Questo gioiello d’arte bizantina - sottolinea Pontieri - è come un biglietto da visita che si offre al visitatore che sale in paese lungo il costone di roccia”.Nella Comunità montana dell’Alto Crotonese, la frazione Perticaro del comune di Umbriatico ospita la Cattedrale dedicata a San Donato: sul portale in tufo figura lo stemma dell’arcivescovo Loiero in cui “una meravigliosa fuga di archi sembra indirizzare verso il centro del presbiterio, ove una volta sorgeva un altare di marmi policromi dell’Ottocento”.
A Savelli, infine, paese d’origine di Pontieri, spiccano le figure di due scalpellini di tutto rispetto: Giuseppe Trozzoli, artefice della Fontana Nuova nel 1898, e Giuseppe Castagna, al quale si deve lo zampillo di granito del parco giochi presso la sede della Croce Rossa, scolpito nel medesimo anno.Guglielmo ColomberoNell’immagine grande la copertina de ‘I portali di Calabria’, il libro di don Pietro Pontieri edito da Falco Editore.
Nella foto piccola l’autore, canonico del Capitolo Cattedrale di Crotone e direttore dell'Ufficio stampa diocesanoA Savelli, paese dell’autore, spiccano i nomi di Trozzoli e CastagnaViaggio attraverso l’antica arte di incidere la pietra di tufo

Articolo di: Lucia Bellassai (La Provincia Kr)
“I portali di Calabria”: così si intitola l’ultima fatica letteraria di Don Pietro Pontieri, autore calabrese, di Savelli per la precisione, che da svariati anni consegna alla stampa numerose e interessanti pubblicazioni relative in modo speciale alla regione natia.
L’ultimi libro, Falco Editore, è dedicato ai portali che incorniciano i portoni di chiese e dimore nobiliari in terra calabrese.
Come si può immaginare il portale, che oggi potremmo definire un complemento d’arredo, un tempo era uno dei mezzi usati per decorare in modo privilegiato le porte di una chiesa. L’area dedicata al culto viene da sempre considerata sacra; da sempre viene percepito dalla sensibilità degli architetti e degli artigiani il fatto che portone e portale delle chiese debbano rappresentare in modo ben visibile e comprensibile per tutti la differenza tra l’area sacra e quella non sacra.
Discende da ciò la necessità di sottolineare la suddetta linea di demarcazione con l’utilizzo di simboli appartenenti alla cultura cristiana declinati, però, secondo le culture e i gusti delle diverse popolazioni di fedeli. Da tale situazione sono nati nei secoli vere e proprie meraviglie architettoniche e scultore che Don Pontieri ci invita a visitare in giro per l’Italia. A tutto ciò non rimase mai estranea, ovviamente, la Calabria. Bellissimi i portali di alcune chiese della nostra regione, puntualmente segnalati dall’autore nella sua opera.
Se tutto ciò appartiene al mondo della religione, è anche vero che il mondo laico non rinunciò mai a utilizzare portali e portoni con fini aggiunti a quello di assicurarsi una difesa protettiva delle proprie cose, che fosse anche gradevole alla vista; al fine della difesa si aggiungeva quello silente ma eloquente di presentare se stessi, attraverso portoni e portali, all’esterno.
I palazzi nobiliari, attraverso la scelta di una serie di segni più o meno eloquenti, dicevano di sé in modo, oserei direi, netto e in grado da incutere rispetto e forse anche timore al viandante o a chiunque passasse per la strada.
E come avveniva per le chiese - si affidava alla pietra la solennità del messaggio e l’auspicio che esso restasse nel tempo il più a lungo possibile - così si pensò anche per le dimore nobiliari, le quali, per il desiderio che il nome di alcune famiglie superasse la sfida del tempo –lungimiranza o miopia degli uomini?- oggi ci offrono la possibilità di godere di autentiche opere d’arte.
L’autore ci induce ad andare a visitare nelle varie province calabresi molti paesi che ci consentiranno di scoprire chiese e palazzi che rivedremo, grazie all’opera, con occhi nuovi grazie ad un libro che è un felice punto di incontro tra una guida turistica e una breve sintesi di storia dell’arte calabra.

Articolo de "Il Corriere del Sud"
Il volume I Portali di Calabria, di don Pietro Pontieri (Falco Editore, Cosenza, 2010), si compone di nove capitoli, di una introduzione e di note finali.
Sinteticamente – è certamente più complesso e richiede più tempo scrivere in sintesi che abbondare in argomentazioni ridondanti – ma con una lingua chiara ed esaustiva l’Autore tratta di indizi certi della passata cultura, dell’amore del bello e dell’abilità a realizzare che chi ci ha preceduti ha voluto lasciarci. Ce ne fa innamorare e ci invita alla ricerca di ulteriori indizi, approfondendone i valori e il desiderio del bello per consegnarci uno stato d’arte da cui potere continuare.
Non un Museo, che se pur necessario per ammirare queste vestigia ne decreta la cessazione di ogni relazione con la realtà della vita quotidiana vissuta, ma un laboratorio da cui partire per continuare nell’evoluzione verso il bello.
Nella “prefazione” l’Autore fa riferimento allo stato attuale di queste importanti vestigia del nostro passato, e della cultura che le ha prodotte, invitando, chi ha possibilità di farlo, a impegnare se stessi e i mezzi a propria disposizione per la loro conservazione culturale e materiale, nella speranza di contribuire all’evoluzione di quei valori che hanno formato il substrato culturale della vita quotidiana di chi ci ha preceduto e con la certezza dello sviluppo economico legato al turismo culturale.
Nel capitolo I “I Portali” viene illustrata una generica definizione dei portali e la precaria condizione attuale di molti di essi. Attribuisce a questo stato di degrado l’incuria generalizzata che unita a interventi inefficaci, quali limitazioni del traffico urbano o vincoli edilizi, rendono inevitabile il degrado o la perdita completa di tali opere. “L’Incuria – dice l’Autore – è frutto d’ignoranza e d’incompetenza. Le conseguenze peggiori sono le alterazioni e le demolizioni; ma anche l’abbandono può compromettere un arco o un portale di pregio.”
Il capitolo II “Facciate e Portali nell’Architettura Sacra” offre una panoramica generale sulla presenza, a volte eminente, edifici adibiti a culto in Italia e sulla loro collocazione storica. Sono riportati, inoltre, brani significativi di un articolo a firma del giornalista Carmelo Duro apparso sul giornale Gazzetta del Sud il 21 novembre 1990, nel quale sono illustrate tecniche di manifattura nonché di trasporto e destinazione dei manufatti.
Nel capitolo III “Facciate e Portali nelle Chiese Calabresi” vengono elencate le Chiesi delle cinque province calabresi dove sono presenti, in alcuni casi in perfetto stato di conservazione, portali o facciate di notevole pregio artistico.
Il capitolo IV “Scalpellini e Portali in Calabria”, rifacendosi a studi di esperti del settore, esamina l’evoluzione dell’arte degli scalpellini, le varie scuole artigianali formatesi in molti centri calabresi e la presenza importante del frutto delle opere realizzate a Cosenza e nei paesi dell’attuale provincia. Fra le opere della città di Cosenza sono citati tre edifici presenti nel Largo delle Vergini e che ci sono particolarmente cari: palazzo Falvo, palazzo Sersale e palazzo Palazzi. Nel palazzo Palazzi sono nato e tuttora vivo; il palazzo Falvo è situato aldilà di stretta stradina e palazzo Sersale è dall’altra parte del Largo delle Vergini. Palazzo Palazzi, costruito nella seconda metà del XV secolo da un nobile spagnolo al seguito del re Ferrante d’Aragona, fu danneggiato dal terremoto della fine del XVIII secolo e restaurato nel 1792. Fu successivamente acquisito dal barone Palazzi, della corte napoletana dei Borboni, e destinato, come seconda casa, a rappresentanza per la famiglia. Il piano nobile, terzo ed ultimo, era originariamente costituito da tre sale di circa 110 metri ognuna e da una cappelletta, con quattro affreschi settecenteschi di scuola napoletana raffiguranti San Francesco di Paola, San Domenico, Santa Caterina da Siena e la Santa Vergine del Carmelo. La cappelletta, che presentava una volta a crociera, era posta su un lato del corpo principale e vi si accedeva sia dall’esterno, con porta d’ingresso propria, che dall’interno, attraverso un piccola sagrestia. Attualmente la cappelletta, dopo una ristrutturazione del 1935, è stata spostata al centro dell’appartamento e l’affresco raffigurante San Francesco di Paola e stato riposizionato, con accurato taglio del muro e reinserimento, sopra il letto matrimoniale. Nell’androne sono presenti una fontana, utilizzata come abbeveratoio per i cavalli ospitati nei locali del piano terra che si inoltrano sotto la stradina posteriore, due grandi finestre protette da grate e un arco a tutto sesto in tufo rosa di Mendicino. Sopra la prima rampa delle scale si affaccia una finestra interna incorniciata da un portale in pietra, realizzato con il medesimo tufo. Le scale presentano un corrimano, soltanto nella parte iniziale nell’androne, ricoperto da blocchi dello stesso tufo. Le rampe successive presentano volte e botte e alcuni archi ellittici in tufo o muratura. Purtroppo, le infiltrazioni d’acqua provenienti dalla soprastante stradina posteriore hanno corroso la pietra.
Il palazzo Sersale, che attualmente ospita il Convento delle suore Figlie di S. Anna e una Casa Famiglia e un Asilo Nido da loro gestiti, ospitò Carlo V e la sua corte in occasione della sua visita a Cosenza. Sopra la prima rampa delle scale XVI secolo. Un pregevole portale, ancora integro, è sormontato dallo scudo, in pietra scolpita, del principe di Sersale.
Il palazzo Falvo, ritenuto il più antico palazzo medievale di Cosenza, è praticamente esente dalle ingiurie del tempo e dell’incuria. Negli anni settanta del secolo scorso è entrato nel pieno possesso della Sovrintendenza ai Beni Culturali e ristrutturato per riportarlo al suo stato originario, dopo che per anni era stato sottoposto a sopraelevazioni e altre simili amenità da parte di chi lo ha abitato. Il palazzo Falvo è stata la residenza ufficiale del Conte-Vescovo di Cosenza, responsabile del governo della città essendo questa soggetta soltanto al potere dell’Imperatore e con un regime di governo composto da un Sedile di nobili e da un’Assemblea di rappresentanti del popolo e delle Corporazioni. Presenta una corte interna, con sedili in pietra, su due lati nella parte coperta prospiciente l’ingresso, e una scala in pietra per salire ai piani superiori. Sulla facciata principale vi è un portale in pietra a tutto sesto, ancora in perfetto stato di conservazione.
Il capitolo V “ Facciate e Portali nell’Architettura Sacra e Civile Crtonese” offre una visione sufficientemente completa delle opere più eminenti di Crotone e della loro condizione attuale, di conservazione o di restauro, corredata da una interessante collezione di fotografie di facciate e portali. La presenza di fotografie, presenti anche negli altri capitoli, favoriscono il lettore per una completa e realistica visione delle opere trattate. Vengono anche ripresi sinteticamente gli Atti della visita di Mons. Anselmo della Peña, effettuata nel XVIII secolo in Duomo e in altri luoghi di culto per definire gli edifici aperti al culto.
Nel capitolo VI “Scuola di Scalpellini di Santa Severina” l’Autore, valutando le testimonianze delle diverse opere presenti nel territorio, si dice sicuro della presenza a Santa Severina di una scuola di scalpellini.
Il capitolo VII “I Portali nei Paese della Comunità Montana dell’alto Crotonese” illustra la presenza di portali in alcuni Paesi alle falde dell’altipiano silano. Nota di curiosità è la nascita del Paese che fino al 1950 si chiamava Casino, perché il Principe Rota di Cerenzia nel XVII secolo aveva fatto costruire un casino di caccia sul monte soprastante il feudo, e che attualmente ha preso il nome di Castelsilano.
Il capitolo VIII “Savelli e i suoi Portali – una scuola di Scalpellini a Savelli” illustra la crescita del Paese di Savelli, rifugio nel XVII secolo di terremotati provenienti da Paesi del cosentino, e dell’espansione delle attività artigianali fra i quali molti “copomastri”, i quali certamente istituirono delle vere scuole di scalpellini, tenendo conto anche dei Portali che abbelliscono gli edifici più importanti.
Nel capitolo IX “Paesi Albanesi - San Nicola dell’Alto - Carfizzi - Pallagorio” l’Autore illustra la presenza di facciate e portali in quei tre Paesi.
Nella “Nota Finale e Invito a Cercare” l’Autore auspica che il suo lavoro possa essere stimolo sufficiente alla ricerca di ulteriori testimonianze di così importante espressione artigianale e, nella misura in cui le proprie risorse lo consentano, di prodigarsi per il mantenimento o il ripristino di opere che rischiano di andare irrimediabilmente perdute.

Articolo de: La Prima Pagina
È un viaggio nel tempo che accarezza la memoria. Un viaggio che attraversa la storia, sospesa nel passato, in quel tempo che ancora sa incantare, che racconta la storia di Crotone, del Crotonese e della Calabria intera.<br> Pagina dopo pagina, ogni angolo assume un volto familiare; emoziona e appassiona e diviene memoria e identità. Scorci di una strada animata, fra giardini, luci e tanta vivacità, quasi un dipinto di quello che è stato e che purtroppo va scomparendo se non è già scomparso in alcuni tratti.
Una vera miniera di dati, un interessante itinerario storico – artistico, seppur limitato a parte della Calabria, quella silana – crotonese, cui attingere per ulteriori approfondimenti e allargare il campo della ricerca verso il sud della regione. Tale limite di ricerca è voluto proprio per indurre il lettore, cultore o semplice curioso che sia, a maggior studio, a maggiore attenzione e soprattutto a più amore per un passato che ci appartiene.
Sto dicendo di “I Portali di Calabria”, edito nel testè trascorso 2010 per i tipi dell’Editore Falco di Cosenza, corredato anche da un arricchente catalogo iconografico, l’ultimo lavoro di don Pietro Pontieri, il sacerdote amico della mia giovinezza di Azione Cattolica assieme all’altro gran prete, don Michele Bertola, che lui stesso ha voluto annoverare tra “i santi senza aureola” in un suo omonimo libro del 2004; don Pietro, scrittore e giornalista, Direttore dell’Ufficio stampa della Curia diocesana di Crotone – Santa Severina, prolifico autore di numerose e apprezzate pubblicazioni.
“I Portali di Calabria” risulta essere un’indagine che ha un filo conduttore, appunto, “i portali” e gli scalpellini “tipografi degli umori, della cultura e delle ambizioni della classe dominante  del tempo che ha segnato la storia del marchesato”, come scrive nella prefazione al libro l’Arch. Antonio Romanò. Un’indagine, insomma, che ha tutto un suo significato da guardare e da leggere attraverso le foto e la memoria: in cerca di memoria, in cerca di emozioni!<br> Perché un libro di tal genere? “Perché – scrive ancora Romanò – si tratta [di indagare su un ] patrimonio che abbiamo sotto gli occhi da sempre e del quale spesso non si è consapevoli. Se imparassimo a pretendere da noi stessi un attimo di pausa del nostro quotidiano per osservare i luoghi in cui viviamo, coglieremmo la bellezza delle sfumature e dei colori delle pietre dei nostri centri storici”.  Insomma, introduce don Pontieri, “occorre saper ascoltare quello che le pietre hanno da dirci del loro passato, per capire meglio la voce della gente che abita tra quelle mura” e ancora perché “stabilire un corretto rapporto tra turismo e centro storico potrà evitare che questo grande patrimonio venga svenduto e perda la sua funzione di memoria storica”.
E capiremmo come queste maestranze, non solo hanno operato nei loro centri, come per le scuole di scalpellini di Altilia, Rogliano, Fuscaldo, indagate nel libro, e Serra San Bruno, ma hanno diffuso le loro opere e la loro creatività anche nei circondari e persino nella capitale del Regno, Napoli, dove hanno contribuito, e non poco, alla costruzione dei tanti palazzi reali e non solo.
Sono quelle maestranze che, per secoli, hanno utilizzato le cave di tufo di Mendicino, ma anche quelle di Isola Capo Rizzuto e il granito presente nelle viscere della montagna silana e nel comprensorio delle Serre tra i monti Pecoraro e Consolino, nei centri di notevole produzione scultorea quali Stilo, Pazzano oltre  Serra San Bruno dove le pietre parlano, eccome!
Parlano di un passato che riposa sui ricordi di avvenimenti tristi e lieti, importanti e secondari. Avvenimenti che hanno preparato la nostra realtà, la vita di oggi. Episodi che si intrecciano fra di loro investendo la gente dal Pollino alle Serre, dall’Aspromonte alla Sila. E perciò vanno riconsiderati nel loro univoco aspetto, perché da essi è nata la Calabria dei nostri tempi. È necessario conoscerli e spiegarli perché attraverso essi comprendiamo il nostro divenire. Comprendiamo il fardello dei problemi che da secoli ci fa ombra.
Al postutto, questo libro di don Pietro è proprio la dimostrazione che la Calabria non è terreno ricco solo di archeologia, ma vanta un patrimonio architettonico e artistico, soprattutto sei – settecentesco, sparso fin nei paesi più internati, ancora per certi versi inesplorato sul quale la ricerca è solo avviata e pertanto, ammonisce don Pietro, “questa ricerca vuole anche essere una provocazione a chi, fornito di mezzi e capacità professionali, soffermandosi sulle tracce del nostro patrimonio storico – architettonico e culturale, potrà non solo far rivivere edifici di un passato glorioso, ma anche avere una proficua ricaduta economica per lo sviluppo del turismo culturale”.
Non manca, inoltre, fra le pagine del libro, il riferimento a numerose pubblicazioni che arricchiscono ancor più il tema e risultano ulteriore preziosa fonte di ricerca. Per chi ne ha voglia!
E allora bene ha fatto don Pietro Pontieri nel proporci questo libro come memoriale perché “la Calabria  ha bisogno di attenzione e di comprensione, di essere conosciuta fuori da ogni esaltazione acritica e da ogni negazione strumentale. Ancora oggi, diversamente e, forse, più drammaticamente dal passato” come ci ricorda l’antropologo Vito Teti.

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